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FRANCO DE RENZIS - Il Fuoco il Corpo la Scultura

Edizioni Bandecchi e Vivaldi, Pontedera (PI), 2007, pp.112

Le ultime composizioni di Franco De Renzis
di Veronica Ferretti

In un momento come l'attuale pervaso da un senso di crisi e di mancanza di certezze, l'arte contemporanea più sensibile e impegnata si interroga sulla sua capacità di comunicare con il contesto sociale e su cosa possa fare per le emergenze, come la violenza, l'emarginazione, l'alienazione, le guerre, che assillano il mondo. In questo scenario le risposte più valide vengono da quegli artisti che, dalla reazione etica della loro coscienza e dalla forza immaginativa della loro intelligenza, riescono a tradurre nella loro ricerca espressiva i temi di maggiore urgenza e rilevanza tratti dalla loro stessa esperienza di vita.

Franco De Renzis - allievo di Pietro Annigoni e Romano Dazzi, artisticamente cresciuto a Pistoia negli anni '70, ma poi diventato cittadino del mondo con anni di permanenza negli Stati Uniti e a San Paolo del Brasile - appartiene a pieno titolo a tale esigua schiera essendo uno dei rari artisti contemporanei la cui sensibilità al destino dell'uomo di oggi e la cui creatività espressionistica ha una forza comunicativa tale da trasmettere in modo forte e toccante messaggi comprensibili ad ogni latitudine.

La costanza e la valenza del messaggio sussiste sia che esso scaturisca da singole figure (bibliche, mitologiche, curiali, simboliche o archetipe) che da composizioni tematiche complesse raffiguranti il tema della violenza, non quella inflitta, ma quella subita. La rappresentazione dell'equilibrio instabile del nostro essere-nel-mondo, per dirlo alla maniera di Heidegger, e quindi la caduta, intesa nel senso indicato da Camus, non soltanto riferita, quindi, al corpo, ma alla nostra stessa condizione esistenziale, sono i temi centrali della sua ultima produzione artistica.

Se dovessimo poi dire come la ricerca di Franco De Renzis appare fondata sul portato dell'esperienza vissuta (ad esempio nella visita al mondo violento ed emarginato delle favelas brasiliane) si rendono emblematiche alcune di queste sculture composite laddove si vedano le tre recenti, drammatiche composizioni che vengono per la prima volta presentate a Pistoia.

In un caso, per rappresentare la solitudine e l'emarginazione di tanta parte del vissuto contemporaneo, ecco rappresentata una scena di voyerismo erotico come desiderio frustrato per mancanza d'amore (un uomo spia una ragazzina ubriaca che passeggia sulla spiaggia e si denuda); una seconda composizione raffigura la violenza di uno stupro sul corpo di una donna in uno spazio deserto e desolato, composizione ispirata da un fatto di cronaca; una terza, meno drammatica ma forse più alienante, rappresenta una coppia di ragazze che, dopo la pratica del fitness in palestra, annegano la loro solitudine nella soggezione consumistica dell'alcool.

Siamo di fronte a un ciclo di opere che inaugura una nuova stagione di ricerca espressiva di forte significato per l'effetto straniante che le sculture derenziane raggiungono laddove le forme di grazia, armonia, statuaria bellezza, improvvisamente rivelano da un qualche particolare una ferita, un dolore, un controsenso tale da inficiarne la perfezione e renderle diverse per il modo come vengono percepite dal contesto da più parte violato nel quale l'artista le colloca come documento dell'epoca contemporanea.

Un'epoca nella quale, settant'anni dopo dal giorno in cui Picasso, con “Guernica” aveva saputo trasmettere l'indicibile orrore della guerra, l'arte non pensa più di rappresentare realisticamente la violenza dell'impatto mediatico avvenuto con il crollo terroristico delle Torri Gemelle di New York, ma si ripiega su se stessa innovando il linguaggio dell'arte per esprimere non la realtà effettuale, ma il suo riflesso, la percezione dei conflitti che la violentano in tutto il mondo.

Dal punto di vista tecnico, l'elemento innovativo della scultura di De Renzis è l'utilizzo delle patine colorate sopra il bronzo, una pratica che era già in uso ai tempi dell'antica Grecia e della Roma imperiale. Erano statue policrome i Bronzi di Riace, Atena Aphaia, Cesare Augusto Prima Porta ed altri capolavori, un effetto scenico che fa sì che anche i personaggi derenziani rappresentati sembrino, ad una prima percezione, persone reali.

E' al colore della pelle più che ai tratti somatici – i volti appaiono somiglianti dal punto di vista fisionomico – che è la lasciato il compito di indicare la razza o il gruppo di appartenenza per cui acquistano significato di etnie diverse a seconda che le forme siano dipinte dai colori del rosso o del colore marrone scuro.

Anche l'abbigliamento modellato nelle sculture e caratterizzato da indumenti ricoperti di marchi di famose brand nell'universo consumistico contemporaneo, stimola nell'osservatore una pluralità di riferimenti, consci e inconsci, che rinviano alla ostentazione di simboli perché esse sono anche segno di appartenenza a un gruppo e indossarlo è strumento di identificazione al corpo sociale.

De Renzis questo lo sa talmente bene da rendere, oltre ai loghi della moda, anche i modelli di un costume, di un sandalo “dettagli significanti” e al tempo stesso catalizzatori visivi del corpo umano.

L'uso di questi simboli del consumismo, abbinati a questi personaggi non rappresentano altro che la manifestazione di una vita senza-senso che vorrebbe acquistare un qualche significato dal possesso di un qualcosa che, sia pure in senso mercificato, rappresenti un qualche status symbol.

In questo contrastato rapporto tra la una bellezza formale esteriore di questi soggetti e il senso fornito dal sofferto contesto sociale nel quale sono inseriti, si avverte tutta la forza del messaggio trasmesso dal De Renzis, ovvero l'appassionata ricerca di un equilibrio interiore quale è più volte rappresentato nei gruppi scultorei denominati Equilibrio pericoloso (1978), Caduta collettiva, (1984) o Torre di Babele (1988).

Una ricerca che, approdata ai risultati di grande valore espressivo fin qui ricordati, esprime la significativa maturazione raggiunta da un artista che si avverte impegnato a proseguire ancora oltre sulla difficile strada dell'innovazione del linguaggio formale.

23 Aprile 2007

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dr.ssa Veronica Ferretti, e-mail veronica@ferrettiarte.it

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